Frase del mese

FRASE DEL MESE

"Sono fiero dei miei collaboratori, che hanno creato un bando complesso, rigoroso, fatto in modo scientifico" (Mario Turetta, direttore della Reggia di Venaria), infatti taglia del 40% i servizi e non da garanzie chiare su contratti e assunzioni...

martedì 29 maggio 2012

Impiegati


Venerdì sera, mentre la città era tempestata dalla grandine e dai fulmini, ho scelto di restare a casa e guardare un film di Pupi Avati preso in biblioteca dal titolo “Impiegati”, girato nel 1985. Si può cominciare col dire che è stato un trampolino di lancio per alcuni attori italiani tra i più amati dal grande pubblico, e col tempo la critica ha denotato come una delle peculiarità del regista quella di scritturare giovani attori per i suoi film. Chiaramente, il prodotto finale è uno specchio della società dei primi anni Ottanta, quando il posto fisso era una sicurezza e la percezione che si aveva del lavoro era che una volta firmato un contratto a quella mansione si sarebbe rimasti legati fino alla pensione. Eppure il ritratto che ne fa Avati è impietoso. Il protagonista è Luigi, un ragazzo di Modena che si trasferisce a Bologna per cominciare a lavorare nello stesso gruppo bancario in cui era stato impiegato tutta la vita suo padre. Nel capoluogo emiliano Luigi vive in un appartamento in condivisione con il figlio di un amico del padre, uno studente del DAMS di nome Dario, che non brilla particolarmente negli studi. Dopo l’iniziale antipatia tra i due nasce un’affinità che tuttavia non permette ai loro due mondi di incontrarsi davvero. Luigi ha 25 anni, la sua vita è limitata all’ufficio ed ai colleghi, che presto inizierà a frequentare anche al di fuori dell’orario lavorativo, entrando in un meccanismo di invidie e alleanze che rischierà di alienarlo fino a mettere in discussione i suoi valori ed il suo senso della lealtà. I rapporti si complicheranno quando Luigi si innamorerà della moglie del suo migliore amico, Enrico, il collega che lo ha “adottato” e gli ha permesso di conoscere le dinamiche dell’ufficio, coinvolgendolo nelle sue frequentazioni e nei suoi hobby, fino a fornirgli, involontariamente, l’occasione per conoscere Annalisa e baciarla.
 Per tutti i 90 minuti della pellicola si avverte un senso di angoscia e frustrazione che condurrà la storia verso un finale non scontato, ma inevitabile, quando sfocerà nella tragedia e nella dispersione degli affetti e dei legami, tanto che l’odiata scrivania da cui Luigi fugge desiderando solo che arrivi il prossimo weekend finirà col diventare il nido sicuro e protettivo di cui sarà impossibile fare a meno. L'autenticità dell'esistenza sembra confinata in pochi attimi, in stanze vuote e silenziose, o nelle lancette veloci di un orologio nel cui scorrere il protagonista prova, in pochi secondi, a fissare i momenti importanti dell'intera sua vita.


 Alessandro DG

giovedì 24 maggio 2012

Sciopero all'orizzonte per il personale dei musei torinesi a gestione CNS

da http://torino.repubblica.it di giovedì 24 maggio 2012

Addetti dei musei verso lo sciopero. Quasi certa la cassa integrazione

Dal Comune la proposta di aprire tre giorni alla settimana, la decisione definitiva martedì prossimo in un faccia a faccia dei direttori con il sindaco e l'assessore alla Cultura. Nei tagli coinvolte tutte le mansioni: accoglienza, custodia, pulizia e biglietteria

di DIEGO LONGHIN

Gli addetti dei musei non si rassegnano. Sciopero in vista, probabilmente di domenica  -  si pensa al 17 giugno  -  e presìdi con volantinaggio a partire dalla prossima settimana davanti al Museo del Risorgimento, una delle strutture più importanti coinvolte nella cura dimagrante del personale imposta dal Comune ai musei non gestiti in maniera diretta. Oltre al Risorgimento, sono coinvolti il Museo della Montagna, il Pietro Micca, quello della Resistenza e i tre che fanno capo all'ateneo di via Verdi: Lombroso, Frutta e Anatomia.

L'obiettivo per Palazzo Civico è risparmiare il 50 per cento da giugno a dicembre, anche se nell'assemblea di ieri di tutti i dipendenti del consorzio di cooperative Cns si è parlato di una sforbiciata del 60 per cento del monte ore complessivo. E che effetti avrà questo sugli orari? Non è stato ancora comunicato nulla di ufficiale, anche se sembra prendere piede l'ipotesi di un'apertura di tre giorni alla settimana su sette, concentrati nel weekend. Prospettiva che è stata illustrata dal direttore Jalla, ai responsabili delle strutture museali, in un incontro tenuto lunedì. Ma prima di prendere scelte definitive si attende il faccia a faccia con il sindaco Piero Fassino e l'assessore alla Cultura, Maurizio Braccialarghe, previsto per martedì prossimo.

Nella sforbiciata sono coinvolte tutte le mansioni: accoglienza, custodia, biglietteria e pulizia. "I risultati di questa mossa, dovuta a un'insana gestione e mancanza di lungimiranza, saranno
per i lavoratori ingenti disagi economici con conseguenti ripercussioni emotive e psicologiche  -  dicono i lavoratori e i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil  -  ma a stupire ancora di più è la decisione presa in un momento in cui parrebbe che tutte le forze delle amministrazioni locali siano volte a utilizzare l'offerta turistico culturale di Torino e della sua regione come volano economico". Gli addetti chiedono di essere ricevuti da sindaco e assessore, anche perché vogliono capire quale sarà il loro futuro. Per ora le cooperative parlano di sei mesi di cassa integrazione, ma poi potrebbero scattare i licenziamenti. "Chi subentrerà nelle sale dei musei? Addetti del Comune?", si chiedono. E si tratta di un problema trasversale, diversi settori, "tra cui assistenza, dormitori, asili nido, sono soggetti a tagli da parte del Comune".

Palazzo Civico ribadisce che si tratta di una scelta che è necessario prendere. L'assessorato alla Cultura spende per il personale di musei non di sua proprietà più di 1 milione e 100 mila euro all'anno. Un costo insostenibile in un quadro di riduzioni drastico delle risorse. E già a febbraio il Comune aveva avvertito i direttori delle strutture, proponendo l'ingresso all'interno della superfondazione. Poi il nuovo contenitore non è decollato (e forse non decollerà mai), ma il problema è rimasto. E se la nuova fondazione museale non dovesse partire, alla fine ci potrebbero essere effetti anche per i musei gestiti direttamente.

domenica 20 maggio 2012

malata di call center

Questa settimana, sia su La Stampa che su La Repubblica è uscito un articolo sul caso di una ragazza quarantenne che rischia gravi problemi alla voce con danno permanente alla gola per il suo lavoro in un call center torinese. Un lavoro che prosegue da anni non perché la "nostra" aspiri a passare la vita al telefono a vendere aria fritta o a dare informazioni a chicchessia, solo perché questo si trova e questo si fa per portare a casa la pagnotta. E se ti lamenti, a casa ci torni, ma a mani vuote.





Alessandro DG

venerdì 4 maggio 2012

Mischiare le acque

Certo, la Fontana del Cervo della Reggia di Venaria non può competere con questa creazione, ma forse meglio così, in termini di semplicità, di sprechi, di eleganza e di conservazione di una fontana incastonata in un sito storico e recuperato con fatica.
Ma guardate cosa la WET Design (la stessa ditta che fabbrica le fontane per il Bellagio per intenderci) ha creato a Dubai, precisamente nel lago artificiale adiacente al grattacielo Burj Khalifa (letteralmente "Torre del Califfo"), dal 2010 la più alta costruzione creata dall'uomo al mondo con i suoi 830m di altezza.


Una cosa accomuna la fontana di Dubai con la nostra della Venaria: la presenza in scaletta di "Con te partirò" di Andrea Bocelli.
La canzone del video invece è "Baba Yetu" canzone in lingua Swahili (lingua africana) del Padre Nostro della religione cristiana, del compositore cino-americano Christopher Tin per una delle più grandi città arabe. Insomma sembra che la compresenza e l'intrecciarsi tra culture possa creare mix stimolanti e parecchio affascinanti, nonché belli. 

Alberto B.

martedì 1 maggio 2012

Primo maggio e Federculture, un primo bilancio


Dopo anni di paziente lotta, dopo una serie di scioperi e di vicende giudiziarie sembra finalmente che le lavoratrici e i lavoratori della Reggia di Venaria ce l'abbiano fatta... da oggi, primo maggio 2012, sono inquadrati con il contratto di categoria nazionale Federculture presso l'ATI La Corte Reale, l'azienda nata dalle costole di REAR, Copat e Codess appositamente per l'appalto alla Reggia di Venaria. Un risultato ambito da anni ormai.
Nel nostro blog già dalla sua nascita si possono trovare sulla barra laterale destra sia l'intero CCNL Federculture (con anche le successive modifiche) sia un suo riassunto. Vi consigliamo di scaricarli e di leggerli bene per essere consapevoli dei diritti e dei doveri che vi sono scritti. Inoltre secondo l'articolo 14 del Federculture ciascun lavoratore/trice dovrebbe ricevere dal proprio datore di lavoro (l'ATI La Corte Reale) una copia aggiornata del contratto.
Riproponiamo inoltre qui di seguito la tabella retributiva. Per capire la propria paga oraria lorda prendete la retribuzione mensile dell'ultima tabella a destra della vostra categoria e dividetela per 162. 
Esempio: per gli A1 la paga oraria lorda sarà €1337,29:162= €8,25


Per ottenere questo contratto ci sono voluti diversi scioperi e anni di stancanti tira e molla. Quindi innanzitutto non possiamo che dirci a vicenda "grazie" per questo risultato raggiunto; un grazie in particolare alla stragrande parte dei colleghi della sorveglianza sale, del servizio guide, della biglietteria, del Bookshop e del call center che hanno scelto di mettersi in gioco e di rischiare  per avere un futuro lavorativo migliore, soprattutto alla luce di una realtà sociale critica e non ottimistica, in cui la crisi sta fagocitando sia lavoratori dipendenti che imprenditori. In futuro ricordiamoci che molti non volevano l'applicazione di questo contratto e che nonostante tutto ora l'abbiamo ottenuto. Perciò ancora: grazie.

Nel complesso la situazione dovrebbe quindi andare a migliorare: retribuzione di circa un euro in più all'ora, indennità per i festivi, garanzie sindacali maggiori, forte accento sulla formazione e sulla crescita professionale del lavoratore, possibilità dell'avere ticket restaurant, ecc... 
Ma sarebbe un po' ipocrita e anche insensibile nel non vedere i problemi e le difficoltà sopraggiunte nel passaggio dal vecchio al nuovo appalto.
In primis i dipendenti del Bookshop, che vedono non solo ancora una volta nel giro di alcuni mesi un forte taglio delle proprie ore, ma anche un inquadramento da contratto con la disponibilità da 0 a 37 ore (senza un orario fisso cioè); anche molti colleghi della sorveglianza nelle sale, quelli che nell'appalto appena conclusosi erano soci REAR, continueranno a non avere un orario fisso e certo, ma solo la disponibilità da 0 a 37 ore; i turni sono ripartiti in maniera fortemente orizzontale, facendo lavorare anche i part-time sei giorni su sette, costringendo così anche chi abita lontano di spendere molto in trasporti per venire a Venaria per lavorare solo 4 ore giornaliere (e tutti noi conosciamo i rincari che la benzina sta subendo in quest mesi); il problema delle domeniche non è stato ancora risolto: sono quattro anni che tutti i fine settimana la gran parte dei lavoratori lavora senza turnazione, senza potersi godere neanche una domenica al mese con la propria famiglia, partner, amici, ecc... idem per le festività; la situazione non ancora chiara per le guide.
A mio personale giudizio sarebbe sciocco convincerci che abbiamo raggiunto un risultato col quale congratularci e godercela: il CCNL Federculture deve essere non il punto d'arrivo ma il punto di partenza per risolvere questi problemi e per garantire una situazione lavorativa ottimale, partendo dalla lettura e dall'applicazione del Federculture stesso.

Perciò buon primo maggio a noi tutti/e, non per essere semplicemente e giustamente soddisfatti di questo importante traguardo in tempi non facili per chi rivendica diritti e aumenti sul proprio posto di lavoro, ma per essere sempre più coscienti di dover difendere e salvaguardare i diritti conquistati o mancanti, nostri e dei nostri colleghi.

Zak McKracken

mercoledì 25 aprile 2012

Forse sì, forse no, ovvero l'informazione è potere

Anche quest'anno la Reggia di Venaria ha chiuso i battenti per circa un mese (dal 12 febbraio al 16 marzo 2012) per potersi rifare il trucco, un lungo periodo di manutenzione per presentarsi ancora più bella alle centinaia di visitatori italiani e stranieri che vengono a visitarla ogni anno.
Vediamo con soddisfazione che il bel plastico di Torino della sala 8 dopo quattro anni e mezzo è stato finalmente pulito e risistemato e perfino dotato di transenne. Per vedere in che stato si era ridotto basta leggere il nostro articolo in proposito cliccando qui.

Ma molte altre cose sono state migliorate, in primis l'informazione che gli addetti museali hanno ricevuto in maniera chiara e ufficiale... e sappiamo quanto il nostro lavoro, per il bene del visitatore, si basi soprattutto sulle informazioni chiare e ufficiali. Eccone alcune*:

  • I giardini sono stati gratuiti fino al 9 aprile. Anzi no, fino al 4 aprile. Anzi no, fino all'8 aprile 2012. 
  • Le fotografie all'interno della Reggia si possono fare dalla sala 27. Anzi no, dalla sala 39. Anzi no, dalla 27 alla 31 e poi dalla 39. Anzi no, dalla sala 43 fino al Rondò non si possono fare foto. 
  • Lo spettacolo della Fontana del Cervo c'è tutti i giorni alle ore 12 e alle ore 16. Anzi no, solo alle ore 12. Anzi no, c'è di sicuro alle ore 12 e eccezionalmente anche alle 16 di sabato e domenica. 
  • Lo spettacolo serale della Fontana del Cervo c'è solo il sabato sera alle ore 20. Anzi no, sia al sabato che alla domenica sera alle ore 20. 
  • La Reggia è chiusa tutti i lunedì. Anzi no, in qualche ponte forse è aperta. Anzi no, lunedì 23 aprile 2012 e lunedì 30 aprile è aprile è aperta con orario festivo. Anzi no, lunedì 23 aprile 2012 e lunedì 30 aprile è aperta con orario feriale. 

Lavorare in un museo - come in qualunque posto in cui si è al contatto con la gente - implica più che altro la conoscenza delle informazioni da dare al pubblico utente, non tanto lo stare su un "pezzo" da produrre. L'informazione si può definire la "materia prima" con cui fare bene il nostro lavoro. Sarebbe bello però che ci fosse una cura da chi le informazioni dovrebbe preoccuparsi a trasmetterle in maniera chiara, ufficiale e capillare, per il buono e corretto funzionamento della fruizione del museo. Può capitare la confusione su una data di un evento, ma non è possibile avere la deficienza di informazioni ufficiali su così tanti cambiamenti e situazioni della Reggia.


Zak McKracken




*le informazioni qui riportate e le loro "varianti" sono quelle che sono girate o che girano tra i guardiasala dalla riapertura della Reggia: è ridicolo che un problema di cosa evidente e facile risoluzione persista ancora, anche dopo che la mancanza di comunicati ufficiali e precisi dall'alto continua a creare confusione su cosa realmente dire ai visitatori. Se volete potete divertirvi a indovinare quale sia quella giusta...

domenica 22 aprile 2012

SciopeReggia

Il 27 Gennaio 2012 il percorso espositivo permanente della Reggia di Venaria chiude a causa dello sciopero nazionale contro la manovra del governo Monti ed allo stesso tempo, a causa del disagio sulle condizioni lavorative, del personale di servizio di assistenza al pubblico della Reggia stessa. Nonostante il bilancio economico sia positivo e l'affluenza di visitatori molto notevole, alcuni lavoratori subiscono un decurtamento del 10% dal loro piccolo stipendio per "crisi" aziendale, mentre in altri casi si passa direttamente al taglio del TFR. Non ricevendo il dovuto riscontro da parte del direttivo, per il 19 Febbraio viene indetto un nuovo sciopero: la Reggia di Venaria chiude nuovamente.
Si potrebbe dunque sostenere che, grazie anche al susseguirsi dei vari scioperi, il personale della Reggia  molto probabilmente è prossimo alla firma di un nuovo contratto.

Numays Brisky


sabato 21 aprile 2012

Qualche info su articolo 18 e incombente riforma del lavoro..

Il significato dell’art. 18 consisteva nel diritto della lavoratrice e del lavoratore di essere reintegrati nel posto di lavoro da parte del Giudice quando veniva accertata l’illegittimità del licenziamento ordinato dal datore di lavoro. Grazie alla mobilitazione sviluppatesi in queste settimane nel Paese è stato fatto solo un primo, piccolo passo avanti rispetto alla drastica modifica proposta in un primo tempo dalla Ministra Fornero, e la soluzione trovata per i licenziamenti economici individuali è suscettibile ancora di ulteriori miglioramenti in Parlamento per quanto concerne alcune parti del testo, dato che rappresenta un complicato percorso che difficilmente potrà portare al reintegro per il lavoratore illegittimamente licenziato per motivi economici, come ha ammesso perfino lo stesso presidente del Consiglio Monti, che ha dichiarato il reintegro “riferito a casi molto estremi ed improbabili”.
LICENZIAMENTO PER MOTIVI ECONOMICI PLURIMI (non più di 4 nell’arco di 120 giorni)
Nel disegno di legge, per i licenziamenti economici che non siano “manifestamente insussistenti” è previsto solo l’indennizzo, da 12 a 24 mensilità. In pratica l’azienda licenzierebbe il lavoratore “per motivi economici”; entro 7 giorni la Direzione Territoriale del Lavoro convoca azienda e lavoratore per la “conciliazione obbligatoria”, che ha per obiettivo la determinazione di un indennizzo condiviso da entrambe le parti; se non c’è l’accordo il lavoratore può ricorrere al Giudice il quale, con rito abbreviato, dovrà valutare se la motivazione economica sia valida e non nasconda in realtà intenzioni “discriminatorie”. Il Giudice però non può entrare nel merito delle valutazioni tecniche, organizzative e produttive del datore di lavoro che licenzia, e la riforma aggiunge che se lo fa, la sua sentenza può essere impugnata. Se il Giudice non troverà motivi per contestare la causale scelta dall’azienda, darà il via libera al licenziamento e il lavoratore perderà anche l’indennizzo.
L’aspetto davvero singolare di questo disegno di legge è che se il datore di lavoro non riesce a giustificare l’esistenza del motivo economico, e il licenziamento è “illegittimo”, mentre prima la regola era ordinare il reintegro, adesso il Giudice condanna al pagamento di una indennità, da 12 a 24 mesi di stipendio e non può ordinare il reintegro, anche se la ragione economica non è giustificata. È palesemente una norma che ne premia l’uso disinvolto da parte di imprenditori con pochi scrupoli: se il datore di lavoro non riesce a provare un motivo per licenziare e il Giudice stabilisce che il licenziamento è infondato, perché mai non si dovrebbe essere automaticamente reintegrati sul posto di lavoro? Sembra un assurdità, una bestemmia, ma in effetti è così. Il legislatore ha previsto dunque un modo confuso e scorretto di regolarsi di fronte a un atto giudicato illegittimo, il cui riconoscimento dovrebbe ripristinare come logica conseguenza lo stato antecedente. Sarebbe dunque lecito aspettarsi che il testo del disegno di legge subisca una riscrittura in ambito parlamentare.
Nel caso invece di “illegittimità del licenziamento per manifesta insussistenza”, l’onere della prova si sposta sul lavoratore, che, in un nuovo processo, dovrà farsi carico di assumere una pletora di psicologi, investigatori, ricercatori, per dimostrare la «manifesta insussistenza», cioè un motivo chiaro ed evidente: in pratica deve dimostrare che si ricada nella discriminazione, o che l’antipatia da parte del datore di lavoro sia stata mascherata da una ragione economica. Inoltre, secondo il testo, il Giudice anche nel caso di accertata e riconosciuta la «manifesta insussistenza» non è obbligato, ma «può» ordinare il reintegro, cioè esso non scatta automaticamente.
Alcune considerazioni:
a) l’articolo 18 non è la causa della precarietà esistente
1) è dimostrato dal fatto che nelle aziende fino a 10 dipendenti, dove non vige l’art. 18 e non c’è il sindacato, nel 2010 su 332.620 assunzioni solo 112.910 (il 33%) erano a tempo indeterminato, mentre le altre erano tutte tempi determinati e stagionali.
2) Il tasso degli assunti a tempo indeterminato, esclusi gli stagionali, nelle aziende sotto i 10 dipendenti, è poi quasi identico a quello delle imprese con oltre 500 dipendenti (il 47% nelle microimprese contro il 46,6% nelle grandi). Se aggiungiamo gli stagionali, la precarietà nelle imprese dove non vige lo statuto dei lavoratori con il suo art. 18 sale addirittura a livelli nettamente superiori a quello delle grandi imprese! (v. Patta)
La realtà quindi è che l’occupazione cresce o diminuisce, non a causa dell’articolo 18, ma secondo l’andamento del ciclo economico e secondo le leggi sul mercato del lavoro approvate nel frattempo (pacchetto Treu e legge 30 Biagi)..
b) Come farà il Giudice a dimostrare l’insussistenza senza indagare nell’economia dell’azienda? Il disegno di legge rischia di essere fortemente lesivo dell’autonomia del Giudice nella decisione relativa al possibile reintegro. Il giustificato motivo oggettivo di licenziamento oggi è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza alcuna ingerenza da parte del Giudice circa la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, in quanto questi sono considerati espressione della libertà di iniziativa economica dell’ imprenditore.
c) Il disegno di legge dice poi che l’indennità di 12-24 mesi si applica in “tutti gli altri casi di illegittimità che non siano manifesti”. Qui il problema più importante è quello di sapere quali sarebbero questi ulteriori casi, e soprattutto se essi comprendono le ipotesi di cosiddetto licenziamento “speculativo”, non connesso ad una difficoltà aziendale di tipo economico o organizzativo, ma solo alla ricerca di un maggior profitto a scapito del lavoratore.
d) L’articolo 18 è anche un’arma preziosissima per il precario che nei fatti svolge un lavoro da dipendente: Senza l’articolo 18 il lavoratore non può denunciare il datore di lavoro che usa in maniera truffaldina il lavoro precario come lavoro subordinato e quindi non può farsi assumere a tempo indeterminato
e) la possibilità di licenziare esiste già ampiamente in Italia
a) In base alle leggi esistenti (art. 30 della legge 183 del 2010, legge 604 del 1966 e 223 del 1991) e ai Contatti Collettivi Nazionali, i datori di lavoro possono licenziare, riducendo il personale e mettendo in mobilità i lavoratori. La legge legge 604 del 1966 prevede che il licenziamento individuale può essere liberamente intimato sia per motivi oggettivi di carattere economico (ragioni tecniche organizzative e produttive, nelle quali sono normalmente richiamati motivi economici, crisi, calo di domanda, diminuzione dei costi, riorganizzazione, ecc.) sia per motivi soggettivi dovuti al notevole inadempimento agli obblighi contrattuali del lavoratore o ad una colpa grave costituente “giusta causa” (le mancanze disciplinari del lavoratore). Vi è poi la possibilità, ampia ed incondizionata, di riduzione del personale con i licenziamenti collettivi (legge 223/91): tale normativa richiede solamente il rispetto di una procedura e di una verifica giudiziaria per eliminare tutti i lavoratori che l’azienda ritiene in esubero.
b) i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente da parte di aziende con meno di 16 dipendenti, che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri Paesi europei: solo ove un Giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità
c) nel 2010, sono stati estromessi in forma lecita dal mercato del lavoro (parzialmente o in maniera definitiva tramite cassa integrazione, disoccupazione, mobilità) circa 4 milioni di lavoratori, un terzo del totale iscritto all’istituto previdenziale: il totale è consultabile nel Bilancio 2010 dell’Inps
d) Se guardiamo le imprese sopra i 500 dipendenti che, secondo alcuni, sarebbero il santuario del posto fisso, apprendiamo dall’Istat che il turn over è stato, nel 2010, mediamente di 113 assunti a fronte di 122 in uscita.
e) L’Italia (con il Belgio) è l’unico paese nel quale la legge non garantisce un periodo minimo di preavviso, in molti ordinamenti superiore al mese. L’Italia è uno dei pochi paesi europei che non riconosce alcuna forma di indennizzo economico per chi è licenziato legittimamente
f) La giurisprudenza italiana degli ultimi anni ha progressivamente “liberalizzato” il licenziamento per giustificato motivo oggettivo; un orientamento che il governo Berlusconi ha inteso rafforzare con la norma del “Collegato lavoro” che preclude al Giudice di estendere il proprio controllo “al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro” (art. 30, co. 1,l. n. 183/2010).
g) In Italia c’è un vero “discount” delle braccia l’80% dei pochi nuovi assunti ha un contratto a termine di quale altra flessibilità in uscita hanno bisogno le imprese?
f) più libertà di licenziare non porta le imprese ad assumere
a) Su tredici ricerche realizzate, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (cfr. T. Boeri and J. van Ours, The economics of imperfect labor markets, Princeton University Press 2008).
b) Perfino O. Blanchard, del Fondo Montario Internazionale, dopo un’accurata disamina dei principali lavori empirici sul tema, giunge a una conclusione secca: «le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi» (O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic policy 2006). v. Emiliano. Brancaccio.
c) È la domanda aggregata di merci e servizi che manca, arrivano poche commesse, i dipendenti che già ci sono bastano e avanzano, c’è la crisi dei consumi: ecco perché non ci si lancia in nuove assunzioni.
d) dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità (licenziabilità) in Italia e che l’ha resa superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati. Anche la legge 30 “Biagi” è stata approvata col fine di avere più occupazione e meno precarietà e gli esiti disastrosi sono ora sotto gli occhi di tutti
e) Non esiste un solo precedente, nella storia dell’industria italiana, in cui la flessibilità nel mercato del lavoro abbia portato a un più alto senso di responsabilità delle imprese. Non c’è alcuna ragione logica per pensare che le imprese, una volta libere di licenziare, acconsentiranno poi volentieri ad assumere
g) con la crisi il problema è fermare i licenziamenti, non facilitarli I dati ISTAT segnalano, nello scorso anno, una riduzione di un milione di giovani occupati rispetto al 2008: se a questo dato aggiungiamo l’aumento della cassa integrazione del 21% nel marzo 2012 e il blocco delle pensioni, che ha impedito a 800 mila giovani di entrare nel mondo del lavoro nei prossimi tre anni, si comprende a quale ecatombe sociale siamo di fronte. Il tema principale dovrebbe essere la crescita, ma su questo il governo Monti non c’è.
h) l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori a tempo indeterminato, elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore a quello dei nostri principali concorrenti Francia e Germania (rispettivamente 1,69 contro 2,60 e 2,85 nel 2008). La scarsa dinamica della produttività non è dunque imputabile a lavoratori perché protetti dall’art. 18, come dimostrano i dati, ma semmai alla scarsa innovazione tecnologica e organizzativa e al mancato adeguamento della specializzazione produttiva.
LICENZIAMENTO DISCIPLINARE
Con il sistema vigente, una volta accertata l’illegittimità dell’allontanamento del lavoratore, il Giudice dispone il reintegro del lavoratore stesso e condanna il datore di lavoro al pagamento di tutti gli stipendi dalla data di estromissione dal servizio e sino a quella della reintegra. Con la riforma recentissimamente cambiata, invece, il giudice, una volta accertata l’illegittimità dell’allontanamento del lavoratore, può decidere il reintegro o la sanzione economica all’Azienda senza reintegro, nonostante l’ingiustificato motivo. Decide il reintegro per insussistenza dei fatti contestati ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base «delle previsioni della legge, dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili». Il giudice avrà la facoltà di decidere in base al criterio della proporzionalità dell’infrazione disciplinare commessa rispetto alla sanzione che deve essere applicata, come prevede l’articolo 2106 del Codice Civile. Ciò gli consente una valutazione discrezionale della proporzionalità della sanzione applicata (cioè il licenziamento) rispetto all’infrazione commessa..
Alcune considerazioni:
a) Che il legislatore abbia previsto la sanzione economica all’Azienda senza reintegro, nonostante l’ingiustificato motivo, appare un’aberrazione giuridica a tutti gli effetti, oltre che una palese ingiustizia nei confronti del lavoratore.
b) Se dovesse passare la nuova normativa, sarebbe il Giudice a decidere tutto e dovrebbe essere il lavoratore a dimostrare che il licenziamento è così particolarmente ingiusto, da richiedere la sanzione della reintegra. Insomma, si avrebbe una sorta di inversione dell’onere della prova. Oggi è il datore di lavoro che deve dimostrare che ha licenziato giustamente, domani sarebbe il lavoratore a dover dimostrare che è stato ingiustamente licenziato. Siamo allo stravolgimento definitivo del sistema di tutele garantito dallo Statuto dei lavoratori.
c) Sino ad oggi un lavoratore licenziato illegittimamente e reintegrato per ordine del Giudice percepiva tutte le mensilità dalla data dell’illegittimo licenziamento sino a quella della reintegra. Questo, ovviamente, costituiva un grosso deterrente per le imprese che, prima di procedere ad un licenziamento, ponderavano attentamente le eventuali conseguenze. Da domani non sarà più così, quindi diventa meno rischioso e più economico il licenziamento disciplinare rispetto a prima. Ben più ragionevole sarebbe una norma che prevedesse l’obbligo per il datore di lavoro di versare i contributi per l’intero periodo, a prescindere dalla copertura offerta dalla indennità di disoccupazione.
LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI
Viene mantenuto il reintegro nel posto di lavoro.
a) I licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, Costituzione, italiana, o internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento il divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti, perché c’è sempre stato, grazie alla legge 108 del 1990, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun datore di lavoro è così fesso da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale, di fede religiosa, di appartenenza ad un sindacato, di lingua o di sesso, di handicap, di età.
b) i casi in cui un Giudice abbia potuto accertare la natura discriminatoria del recesso sono rarissimi. L’onere di dimostrare l’intento discriminatorio incombe infatti sul lavoratore, che in un atto individuale non può neppure fare ricorso ai dati statistici, utilizzabili invece nelle sole discriminazioni collettive.
LICENZIAMENTI COLLETTIVI
L’art. 15 del disegno di legge tratta i licenziamenti collettivi, introducendo un gravissimo peggioramento della disciplina. Attualmente per le violazioni procedurali la sanzione per l’Azienda sarebbe unicamente quella economica, mentre la sanzione di reintegra sarebbe limitata alla violazione dei soli criteri di scelta dei licenziati. Cosa accade ora? Per questo tipo di licenziamenti ci devono essere due comunicazioni da parte del datore di lavoro: quella in cui annuncia la decisione generale, con il numero dei licenziati, e poi quella finale, grazie alla quale il singolo conosce i criteri per i quali è finito tra i licenziati. Ebbene, la prima comunicazione, anche se scorretta, non sarà più impugnabile per errori procedurali, perché si intende «sanata dall’accordo sindacale» eventualmente raggiunto. La seconda è impugnabile dal singolo lavoratore, ma l’errore procedurale non darà più luogo al reintegro, ma solo a un indennizzo da 12 a 24 mensilità. Il reintegro c’è solo nella rara eventualità che il lavoratore riesca a indicare un collega che avrebbe dovuto essere licenziato al posto suo: un’assurda guerra tra poveri! Il rendiconto dell’utilizzo dei criteri di scelta dei licenziati è un documento delicatissimo, sulla cui regolarità si è molto spesso giocata la sorte delle procedure di esubero.
Se non venisse modificato questo disegno di legge, il datore di lavoro avrebbe convenienza a fare 5 o più licenziamenti invece di 4, ossia un licenziamento collettivo al posto di 4 licenziamenti individuali, perché così facendo si sottrarrebbe al rischio della reintegra nel posto di lavoro, rientrando nella più permissiva disciplina dei licenziamenti collettivi.
IL PUBBLICO IMPIEGO
L’articolo 2 del Disegno di legge chiarisce: “Le disposizioni della presente legge costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”. Le nuove norme, dunque, si estendono anche ai dipendenti di Ministeri, Enti locali ecc. Il secondo comma specifica tuttavia che sarà il Parlamento a conferire apposita delega al ministro per la P. a., Patroni Griffi, sentiti i sindacati, per individuare e definire “gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione” tra la nuova normativa e le leggi speciali che sinora hanno “tutelato” il comparto pubblico.
Attualmente tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell’altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori, quindi se l’art. 18 viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche. Lo Statuto dei lavoratori (legge 300/70) è stato infatti recepito dal testo unico sul pubblico impiego oltre dieci anni fa (legge 165/2001) anche se le sue applicazioni passano per una disciplina normativa diversa da quella del settore privato.
CONCLUSIONE ARTICOLO 18
Il punto centrale della questione è l’illegittimità del licenziamento: se il licenziamento e’ illegittimo la sanzione deve essere il reintegro, e non ci possono essere sanzioni differenti. A uguale reato uguale sanzione, perché questo prevedono la Costituzione e la stessa Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, che esige (art. 30 Carta di Nizza) la tutela dei lavoratori contro ogni licenziamento ingiustificato. Al di fuori della giusta causa o del giustificato motivo, il licenziamento è nullo: lo prevede il Codice civile, la legge n. 604 del 15 luglio 1966 ma anche il diritto internazionale (Convenzione OIL n. 158/82). Il lavoro non è una concessione dell’imprenditore, ma il fondamento della Repubblica Italiana, che non può essere semplicemente lasciato all’onestà del datore di lavoro.

(contributo di Franco di Pinerolo)

mercoledì 4 aprile 2012

Sentenza del 3 aprile 2012

Da alcune fonti apprendiamo che la sentenza tanto attesa di oggi ha dato ragione alla "Corte reale"  formata dalle cooperative REAR, Copat e CODESS.


Attendiamo ulteriori notizie per potervele trasmettere tramite il blog.


Zak McKracken