Frase del mese

FRASE DEL MESE

"Sono fiero dei miei collaboratori, che hanno creato un bando complesso, rigoroso, fatto in modo scientifico" (Mario Turetta, direttore della Reggia di Venaria), infatti taglia del 40% i servizi e non da garanzie chiare su contratti e assunzioni...

domenica 14 ottobre 2012

Auguri sinceri.

Piazza della Repubblica si dona di un simbolo più idoneo, fedele a ciò che
guida le decisioni della Reggia di Venaria.

Buon compleanno Reggia di Venaria. Ma chi compie gli anni oggi, chi li compie realmente? Per chi sono le candeline che oggi vengono spente, per chi sono i festeggiamenti che oggi riempiono la Corte e le sale sontuose della Reggia? Si legge nei giornali, si decanta assai dei cinque anni della Reggia di Venaria.
Le parole hanno un peso, sono correlate a un significato presente e comune nelle nostre teste. Non è la Reggia di Venaria a compiere gli anni. La Reggia è stata costruita a partire dal XVII secolo, ha avuto una lunga e variopinta storia e diversi inquilini. Oggi il compleanno è degli inquilini, non del Palazzo.
Le celebrazioni di oggi non sono altro che un'autocelebrazione di coloro che oggi “regnano” nella Reggia, un'occasione di Fiera delle Vanità e di vanteria, un palco dove rivendicare meriti e profitti.
Chi sono gli attuali inquilini del gioiello sabaudo? È il Consorzio di Valorizzazione Culturale.
La parole hanno un peso, un significato. Dire “Consorzio di Valorizzazione Culturale” vuol significare che obiettivo e scopo di cotale organismo sia difendere e migliorare la ricchezza ritrovata alla Reggia dopo i restauri di fine anni Novanta e inizi anni Duemila. Lo sta facendo o c'è qualcosa che non funziona? Dopo cinque anni può meritarsi tale nome?
Recentemente 23 persone sono state lasciate a casa per fare cassa. Non licenziate, ma lasciate a zero ore, con soli tre giorni di preavviso. Solo tre giorni e la tua vita cambia: niente più cibo, pagamento di mutuo e bollette, niente più lavoro. Un lavoro che tra l'altro garantiva loro uno stipendio intorno i 700-800 euro. Non milioni. Sono state lasciate a casa senza essere licenziate, a zero ore, in tal modo non percepiscono nessun sussidio di disoccupazione e ci si può nascondere dietro a dichiarazioni quali “Noi non abbiamo licenziato nessuno”. Se le parole hanno un senso allora ho capito che il Consorzio è sfacciatamente ipocrita. 
Leggendo l'organigramma del Consorzio spero che chi ha più di un incarico non abbia doppi, tripli stipendi, perché se veramente la Reggia ha bisogno di risparmiare per la crisi e per i tagli allora che si incominci a tagliare i doppi compensi. Intanto vi donate grandi celebrazioni, spendendo un sacco di soldi, tra fuochi d'artificio, torte e spettacoli del vostro compiacimento, "molto rumore per nulla" direbbe il Bardo. Sprecate denaro costruendo parcheggi faraonici a ridosso del Ceronda quando il grande parcheggio Juvarra già esistente rimane vuoto.
Tanti soldi e neanche un euro per queste 23 persone, molte delle quali hanno una famiglia da sostenere. Avete realmente tagliato il superfluo?
Questi 23 lavoratori hanno garantito per cinque anni, insieme a chi è rimasto, la sicurezza in Reggia, in particolare nelle mostre temporanee. Attualmente ci sono due mostre temporanee aperte e una aprirà i battenti nella Scuderia a novembre. Come garantire una degna e sufficiente copertura e un'adeguata accoglienza del visitatore?
È facile da capire che la mancanza di questi lavoratori nelle sale della Reggia è una mancanza di sicurezza per opere e visitatori. Cosa capita in concreto?
  • Oggi capita che un addetto di sala deve guardarsi undici sale. Undici. Impossibile garantire la sicurezza, anche dei visitatori. 
  • Nei giardini non esiste praticamente più personale. La Corte d'Onore non è presidiata a dovere e mentre la Fontana del Cervo disegna piacevoli coreografie, molta gente si addentra dentro di essa quando ciò è pericoloso. Inoltre non c'è nessuno che possa intervenire quando bambini e famiglie giocano con l'acqua della Fontana, che è chimicamente trattata.
  • Di domenica vi sono lunghe code perché spesso rimane solo una biglietteria aperta. Di domenica.
  • La celeberrima Galleria Grande (o di Diana) è da più di un anno lasciata senza custodia, senza personale di sala, alla mercé come minimo di visitatori a volte incuranti.
  • Con il recente taglio anche gli accessi in Reggia non sono sicuri. Capita che se c'è bisogno di personale in altri punti si lasci scoperto il Bookshop permettendo così a chiunque di entrare e uscire in Reggia, con o senza biglietto.

I visitatori trovano tutte queste mancanze e percepiscono parecchio disagio, tra l'altro dopo aver pagato 15-20 euro a persona. Che forse la bussola che guida le scelte alla Reggia sia diversa dalla Cultura e dall'Arte? Tutto ciò garantisce la “Conservazione e la Valorizzazione” della Reggia di Venaria? Io oso dire di no.
Chiedo onestà, sia linguistica che ontologica: auguro perciò due cose alla Reggia di Venaria, quella vera, quella che ha resistito a secoli di storia. La prima è che voi che guidate il Consorzio decidiate che questo cambi il suo nome, così potrete celebrare i vostri cinque anni, ma sarete salvi dalla vigliaccheria di non ammettere che state celebrando solo la vostra vacua vanità, che non porta beneficio né ai lavoratori, né alla collettività e né ai visitatori.
La seconda è che la Venaria Reale possa resistere anche alla vostra incuria, che possa salvarsi anche stavolta e possa essere realmente di tutti, possa essere "res publica" e non giocattolo per pochi.
Tanti auguri.

Qòelet

lunedì 8 ottobre 2012

"REGGIA VERGOGNATI!" La voce di chi rimane senza lavoro

Ieri mattina (domenica 7 ottobre 2012) alcuni dei 23 lavoratori/trici lasciati a casa per decisione del Consorzio di Valorizzazione Culturale hanno manifestato in piazza con cartelloni e striscioni, spiegando ai visitatori la loro delicata situazione, che li vede a casa senza lavoro e senza stipendio. Grande comprensione da parte di chi veniva a visitare il palazzo sabaudo e attenzione anche di alcuni giornalisti che hanno intervistato i lavoratori.
Ecco qui sotto alcune foto in cui leggere il loro pensiero, la loro voce sui cartelloni che portavano al collo. Per ingrandire le immagini basta cliccarci sopra.

Zak McKracken

 

 

 


domenica 7 ottobre 2012

Domenica di sit-in!

Oggi si è svolto un nuovo sit-in dei 23 lavoratori che dal 1° di ottobre sono rimasti a casa e che chiedono di non essere ignorati e di essere reintegrati nelle loro mansioni di guardiania e bookshop.
Ecco un articolo apparso sulla Cronaca di Torino del quotidiano La Stampa.


La Stampa - 7 ottobre 2012

La redazione di Reggiamoci Forte!

venerdì 5 ottobre 2012

Previsioni previste e andate a buon fine (ahinoi)

Riproponiamo qui una vignetta del nostro Vic comparsa qualche mese fa... alquanto veritiera in anticipo su ciò che sta accadendo in Reggia... alla fine quando si taglierà su sicurezza e personale come faremo a condurre la "nave" della Reggia?

Clicca sull'immagine per ingrandirla
Zak McKracken

martedì 2 ottobre 2012

Lavorare tutti!



Ecco che è successo anche alla Venaria Reale, il meraviglioso palazzo che promette un incantesimo al giorno ai suoi visitatori e non smette di regalare sorprese, soprattutto ai dipendenti di cooperativa, cioè a quelli che, pur dopo mille battaglie sindacali, sono riusciti ad approdare al nuovo contratto, il tanto agognato Federculture e che, malgrado questo, non sono abbastanza tutelati: da lunedì 1° ottobre, infatti, ventitre di loro, impiegati da 0 a 37 ore settimanali a seconda delle esigenze del museo, non potranno più lavorare per almeno sette mesi, fino al 30 aprile 2013. Stiamo parlando di lavoratori seri, professionali e scrupolosi per cui la Reggia non ha più posto, non ha ore da offrire, lasciando a spasso padri e madri di famiglia da un giorno all’altro, senza possibilità di appello e senza la certezza di un reintegro dal primo maggio.
 Ciò che lascia attoniti è la superficialità con cui vengono prese queste decisioni da chi dovrebbe sentirsi in obbligo di garantire il lavoro e con troppa facilità, invece, tratta le persone come zavorra di cui liberarsi giustificandosi con le solite scuse: la crisi, la spending review, l’ottimizzazione delle risorse. Come sempre a fare le spese di questi giochi al massacro non sono i meno degni, ma i più fragili contrattualmente, perché quando bisogna scegliere chi tenere e chi lasciare non lo si fa mettendo sui piatti della bilancia i meriti e le colpe, ma solo le amicizie.
 Il nostro augurio è che questo increscioso avvenimento non cada nell’indifferenza totale e che quanto prima chi deve si impegni a far sì che a questi lavoratori venga restituito nel minor tempo possibile il loro posto.
 Intanto domenica 30 settembre dalle 13.30 alle 15.30 si è svolta un'assemblea sindacale molto sentita e partecipata, che è stata il primo atto di protesta verso questa inspiegabile e deprecabile situazione.

Dottor Slump


sabato 29 settembre 2012

Cadenas: le guarda-barriera



Il 13 Giugno 2012 viene proiettato al cinema Massimo di Torino, il film documentario di Francesca Balbo, Cadenas ( Catene ) selezionato in concorso al Festival Visions du Réel di Nyon. Il titolo del film racchiude il significato del documentario, non solo da un punto di vista simbolico ma anche letterario del termine. Sono di fatto catene, quelle che le protagoniste del documentario: le guarda-barriera, utilizzano per bloccare il traffico ad ogni passaggio del treno lungo i binari ferroviari della Sardegna che si snodano tra la Trexenta, il Campidano e il Gennargentu. In particolare la regista pone la sua attenzione ad un piccolo paese a cinquanta chilometri a nord di Cagliari: Mandas, da dove negli anni '70 partivano diramazioni ferroviarie importanti come quella per Arbatax e Sorgono. Oggi questi luoghi non hanno più il riconoscimento di un tempo, non sono più tappa obbligata di viaggiatori in cammino per altre mete, ma sono diventati per lo più luoghi sconosciuti, dove però è ancora presente il respiro di un paesaggio selvatico che nel documentario, per la durata di alcune sequenze, acquista autonomia dai personaggi e diventa il solo protagonista. I suoni orchestrati dal ritmo della natura, come quello delle foglie sospinte dal vento, sono intervallati da "silenzi" altrettanto descrittivi, come quello reso dalle sole inquadrature dei cartelli che riportano il nome dei paesi, o ancora il "rumore" della pioggia mattutina che si alterna a quello delle rotaie del treno in corsa. Tutte queste scene sono caratterizzate da un senso di attesa, in cui il tempo pare sospeso. Ma catene sono anche quelle che simbolicamente vivono le guarda-barriera, "incatenate" al loro luogo di lavoro per dodici ore di presidio al giorno e vincolate da orari di treni scritti a penna su dei fogli, passabili di continue variazioni. Spesso i cambiamenti di orario o risposte a richieste varie, come quelle per un permesso, vengono comunicati dal macchinista tramite bigliettini rossi gettati dal finestrino del treno in transito. Il "lavoro effettivo", che queste donne svolgono nell'arco della giornata, si può quantificare in ventidue minuti al giorno, il che comporta una scarsa possibilità di gestione della propria vita famigliare e privata.
Nella vita di queste "signore della ferrovia" primeggiano dunque tempi vuoti, tempi fatti di attese, ma anche di responsabilità e volontà di conferire dignità al proprio operato, di essere considerate donne e madri di famiglia che compiono sacrifici per portare a casa qualche soldo in più. La tradizione, in questi luoghi remoti della Sardegna, vuole che a svolgere questo lavoro - unico in Europa - siano solo donne, al quale purtroppo (come spesso accade quando un territorio non viene valorizzato nelle sue risorse e caratteristiche peculiari) si vuole porre fine. Eppure, questo lavoro così inconsueto e particolare, come le donne che lo svolgono, è stato persino citato nel libro Mare e Sardegna da uno scrittore degli anni '20: D. H. Lawrence, di passaggio a Mandas per raggiungere Sorgono.
Quest'attività, non solo per rimando analogico, si avvicina molto alla parola: guardia-sala, e quindi al mestiere di sorvegliante museale ma, con quest'ultimo, ha anche un modo simile d'intendere e di considerare la nozione del tempo. Dove vola il pensiero durante la "bassa" stagione, quando le attività lavorative in un museo rallentano perché non ci sono visitatori o sono troppo pochi per mobilitare il sorvegliante nel suo compito? Come viene concepito il tempo da un guardia-sala rispetto ad una guarda-barriera? Per fortuna, un guardia-sala,  a meno che non si trovi costretto da certe aziende a domandare un doppio turno per una domenica di riposo, arriverà sporadicamente a svolgere dodici ore di lavoro al giorno, come accade invece per le protagoniste del documentario; inoltre sarà piuttosto difficile per lui, lavorare l'uncinetto o piantare quasi distrattamente dei semi di mandorlo, vederlo crescere ed ammirarlo poi a distanza di anni, raccogliendone i frutti. Non s'imbatterà mai - purtroppo - in una mucca solitaria che, in mezzo ai binari osserva ignara ed incuriosita l'andare lento di un treno, o in altre mille sollecitazioni di un paesaggio ancora ingenuo, perché non ferito da una modernità invasiva ed arrogante, ma ancora vivo di generosità, ricco di stimoli visivi e tradizioni.                      

        
 
Probabilmente il pensiero di un guardia-sala, come quello di una guarda-barriera, andrà ai vari compiti da svolgere fuori dal luogo di lavoro per mandare avanti la propria casa, la propria famiglia, gli studi; oppure penserà ad un modo più proficuo per sfruttare al meglio quel tempo che, fuori dall'orario di lavoro, non è più "attesa". In Cadenas, si trova anche l'aspetto legato alla solidarietà, alla semplicità dei rapporti umani e del comunicare, scandito da elementi d'ironia. In una sequenza del documentario, le attuali guarda-barriera, diversamente dalle loro antenate - costrette comunque ad un ritmo lavorativo molto più rigido - hanno la possibilità di avvisarsi dell'arrivo del treno tramite il telefono cellulare. Purtroppo però, l'utilità che nasce dall'età moderna non sempre coincide con valori edificanti, ma piuttosto con opportunismo, guadagno e profitto. Quale futuro possono avere queste donne che da generazioni svolgono il mestiere di guarda-barriera, se le già ridotte linee ferroviarie di questa parte dell'entroterra sardo, verranno sostituite dalle tratte su gomma?
Nell' "attesa", per ora, rimane solo il respiro del tempo presente.

            


 

Satsuki

martedì 21 agosto 2012

Volevo solo dormirle addosso


“Come si sega la gente, Giorgio?”
 “Gli italiani sono i migliori killer del mondo. Direi che il processo ha tre fasi: la prima è la ricerca dati per identificare le persone da dismettere. Poi puoi approntare un action plan con nomi e cognomi e fare una riunione con i capi, e i capi dei capi dei candidati da segare, per ottenerne l’adesione e partecipazione. E' poi il capo a fare il primo colloquio all’interessato, gli parla come se la cosa fosse già decisa. E dopo quarant’otto ore incontra te. Naturalmente lui ti parla della sua vita, e tu lo ascolti, gestisci le obiezioni e i dubbi. Devi unire ascolto e pacatezza a fermezza e assertività. Questo primo incontro finisce con un’ipotesi di massima sui soldi della buonuscita. Nell’ultimo colloquio che hai lo chiudi. Il tutto è durato due settimane, dal primo colloquio del capo alla chiusura”.
 Questo è il tenore del romanzo di Massimo Lolli, anche se dal titolo non si direbbe: Volevo solo dormirle addosso. Da cui è stato tratto anche un film. Il protagonista è Marco Pressi, manager di successo di una multinazionale con sede a Milano che un giorno riceve il malaugurato incarico, da lì a due mesi, di licenziare 25 dipendenti in esubero. Ma lo deve fare senza abbassare il target di gradimento del personale verso la sua azienda, e senza risparmiare nessuno, pena il suo licenziamento. Come dire, Vita mea, mors tua.
 Lo stesso giorno Marco viene mollato da Laura, l’uomo si trasforma in un mastino che non dorme mai e di giorno elimina le sue vittime pianificando ogni mossa, animato da un’atroce lotta per la sopravvivenza. Di notte gira per i locali della città, incontra donne con cui distrarsi e insegue l’unica che non può raggiungere. Forse Laura ha colto l’aridità del suo cuore clinicamente morto, dove non trovano posto sentimenti, altruismo e pietà. Le due vite di Marco sembrano andare di pari passo, non dargli pace, fino all’epilogo che lascia intravedere un potenziale, tardivo e forse inutile riscatto.
 Marco è un debole che si maschera da cinico esecutore: “Basta chiamarti e dirti “sa, c’è quell’obiettivo irraggiungibile, non so se lei ce la farà” e tu parti come un dannato. Come tutti gli insicuri e gli inadeguati devi dimostrare il contrario e per questo dai buoni risultati”, si sente accusare alla fine del romanzo, come un anatema maledetto. E lui capisce di essere cascato nella trappola, che per lui non c’è possibilità di salvezza, che ogni uomo è inghiottito dai suoi punti di debolezza e che questa volta essi hanno inghiottito altri innocenti mandati al patibolo.
 Un romanzo micidiale, scritto dal Lolli manager prima che dal Lolli scrittore. Un romanzo per quelli che non hanno più il coraggio di guardarsi allo specchio. Non so se dopo questa recensione qualcuno avrà voglia di leggerlo.

Alessandro DG


lunedì 13 agosto 2012

Ferragosto sindacale

L'organizzazione sindacale USB ha indetto una ASSEMBLEA SINDACALE retribuita per il giorno 15 agosto 2012.

Per permettere a tutti/e i lavoratori/trici di parteciparvi, l'assemblea sarà a cavallo dei due turni, iniziando dalle ore 13,30 e finendo alle 15,30. Il luogo di ritrovo è Piazza della Repubblica davanti alla Reggia o in locali limitrofi.

Tutti/e i lavoratori/trici possono parteciparvi, sia se iscritti al sindacato USB, sia se iscritti ad altri sindacati, sia se iscritti a nessun sindacato.
All'ordine del giorno alcune questioni riguardanti i lavoratori con inquadramento A0 e la questione delle domeniche libere.

Il sindacato USB ha già aperto lo stato di agitazione e si deciderà insieme ai lavoratori quali iniziative intraprendere per i punti all'ordine del giorno.


La Redazione

domenica 12 agosto 2012

Un tempo per.


1 Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: 2 un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato; 3 un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; 4 un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; 5 un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; 6 un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttar via; 7 un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; 8 un tempo per amare e un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace. [Ecclesiaste, 3]

Forse non ci siamo intesi. Forse le nostre parole non sono state sufficientemente chiare e piene di significato. Forse la parola che pronunciammo non era limpida, pulita o nella lingua corrente. Eppure noi pensavamo. Noi speravamo. Noi vi abbiamo perfino creduto.
Ora, perché non ricapiti ulteriormente un così grave incidente scriviamolo qui una volta per tutte chiaro e in maniera franca. Noi riteniamo di avere diritto ad una domenica libera al mese. Non tre, non due, ci accontentiamo di UNA domenica libera al mese. UNA.
Noi riteniamo di avere diritto a una domenica libera al mese dopo CINQUE anni di lavoro in tutti i fine settimana e in tutti i festivi (Natale escluso). CINQUE.
In questo lungo arco di tempo abbiamo rinunciato a duecentosessanta domeniche di affetti, famiglia, relazione, amicizie, di sacro e profano. E come farne una colpa al proprio fidanzato o alla propria moglie se il mondo intero di domenica si ferma e si riposa e tu no? Il mondo si ferma, ma la vita scorre.
Inoltre abbiamo lavorato sessanta giorni festivi con scarsa turnazione (Ultimo e primo dell'anno, 6 gennaio, Pasqua e Pasquetta, 25 aprile, primo maggio, 2 giugno, 15 agosto, ricorrenze dei Santi e dei Morti, 8 dicembre). La maggioranza di noi ha lavorato in tutte queste festività per tutti i cinque anni.

2 Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.3 Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? [Ecclesiaste, 1]

Io ritengo che la domenica a riposo non sia una battaglia da vincere, una esigenza o un miglioramento della vita dei lavoratori della Reggia. Ritengo che sia un diritto. Il diritto di non essere stritolati dalla logica del lavoro comunque, il diritto di curare la propria dimensione personale che si staglia al di fuori delle mura della Reggia per iniziare in quelle casalinghe. Una giornata con proprio marito. Una gita in montagna con gli amici. Una trasferta con proprio figlio.
Quanto siamo ancora disposti a sacrificare famiglia, affetti e amicizie perchè non si è capaci o non si hanno le competenze tecniche e scientifiche di fare una tabella che faccia turnare il personale per avere UNA domenica libera al mese?
Perché siamo l'unica realtà lavorativa che deve ridere amaramente di questa assurdità, quando altri musei e altri servizi più essenziali (come gli ospedali) applicano perfino la turnazione dei fine settimana (sabato e domenica insieme)?
Piuttosto si chiami un esperto da, che ne so, Palazzo Reale. Da Palazzo Madama. O dalle Molinette. Insomma, un ingegnere logistico, magari dal CERN di Ginevra, che abbia studiato come risolvere questo enorme ostacolo delle ore e delle turnazioni.
Ci venne promessa la turnazione già nel mese di agosto. Ci fu detto che non vi erano problemi, che, sì, ci doveva essere una naturale sperimentazione, ma che si sarebbe fatto il possibile. Si è promesso senza poi mantenere. "Non ci riusciamo" ci è stato detto. Di nuovo, per l'ennesima volta in CINQUE anni.
Perciò delle due una: o avete mentito fin dall'inizio o la vostra bocca proferisce parole in maniera superficiale, si muove senza che voi riusciate prima a ragionare sulla materia in questione, tanto da rendervi ridicoli quando questa cade di fronte alla realtà.
Inoltre, come risposta concreta, abbiamo ottenuto turni domenicali di 8 e 11 ore. Perdonate se il mio cuore non è propenso alla gratitudine nei vostri confronti.
Forse però mi sbagliavo. Forse il dubbio si insinua infine nel mio pensare. Forse non siete voi che non avete capito noi. Siamo noi che ci siamo illusi delle vostre intenzioni. Ma per questo si può sempre rimediare.


Qòelet